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Poesie

il cigno

Sei tu il cigno nero che nuota
nel lago notturno e mosso
delle nostre parole – desiderio
ambizione complicità –
mai pronunciate per pudore
tenute al sicuro fra i denti.
Il tuo collo piumato e sottile
disegna una linea sull’acqua
la curva perfetta del sogno.
Se canto dalla riva ti avvicini
mi reclami senza mai accostarti
turbata dall’idea d’innamorarti
ancora di mostrarti scossa.
E il tuo silenzio fa tremare l’aria.

La mia vita si calcifica nel fianco

senza danno senza pena o pianto
intorno al mappamondo sfollato/nel giallo
ammaccato dell’Australia
la mia vita sgraziata ammutolisce
nei vani aggiustamenti d’un fotoritocco/nel mai
abbastanza espresso tocco
d’un bacio veritiero invece che al Battisti
la mia vita rattristi.

Mi commuovono i tuoi polsi

le tue caviglie bianche le dita
sottili e lunghe come trampoli,
tutto esprime di te leggerezza e distanza.

Le ridevano gli occhi

anche quando negava
o provava a restare piccina
perché nessuno le inviasse girasoli.

Muscoli

Ecco che serve, mi dice il falegname accorso a ripararmi una porta di casa, mentre da solo la scardina e carica sulle spalle con una facilità sorprendente. I muscoli, mi dice, ti salveranno nell’incertezza e persino nella crisi più nera chi ha muscoli lavorerà. A questa conclusione è arrivato confrontando l’esperienza quotidiana coi vari documentari che guardava di sera in tv mentre aspettava il sonno. Più tardi, scoprendosi incapace di arrendersi alla forza del cuscino, su consiglio di un amico, ha cominciato ad allevare canarini. Ne tiene a decine in una enorme gabbia sistemata sul soppalco sopra il letto. Di sera oramai preferisce spegnere la tv e addormentarsi, nella luce tenue della lampada, al canto melodioso degli uccelli.

La vigna

Oggi mio nonno, in un attimo di memoria, mi ha rivelato che suo padre, dunque il mio bisnonno, è morto in casa, nella casa dov’era nato e intorno al cui universo si è svolta tutta la sua vita, e morendo ha chiesto scusa per i propri errori non al prete né a Dio, ma solamente ai suoi figli. È morto a 84 anni e in tutta la sua vita ha bestemmiato una sola volta, quando cioè mio padre, allora ragazzino, gli ha mozzato uno dei baffi mentre lo radeva, baffi che il bisnonno portava con orgoglio e un pizzico di vanità, alla moda dell’epoca, lunghissimi, imponenti. Basta così poco a rendermelo simpatico. Non ci resta nient’altro di lui, nemmeno una foto, solo qualche albero e la vigna piantata in campagna, quando ai braccianti venne concesso di prendersi un pezzetto di terra e coltivarlo.

La comparsa delle branchie

Ogni giorno aspetto Dio al bar per prenderci un caffè insieme. Discutiamo del tempo, dell’ultima notizia letta sui giornali, il prezzo dei pomodori sul mercato, la pop star morta di overdose, la prossima guerra del mondo. Farà ancora brutto, mi dice, forse per farmi dispetto, lui che gira i rubinetti lo sa. Appena pochi sprazzi di sole, giusto per darci respiro. Perché?, gli chiedo, qual è lo scopo? È un modo come un altro di proseguire la vostra evoluzione. Cadrà tanta acqua finché non vi spuntano le branchie! E dopo? Dopo nulla, prosciugherò tutti i mari. Dio ha uno strano senso dell’umorismo. Ancora non capisco, gli dico, a cosa serve tutto questo, qual è la sua utilità? Tu pensa alla salute e apri gli occhi, mi risponde ogni volta. Vedrai che un giorno lo capisci.

Per un addio

Volevo scrivere dei versi per dirti quanto mi hai ferito
ma non sono ferito o arrabbiato, sono deluso
che tu mi abbia preso in giro così.

Puoi chiamarla come ti pare, adolescenza repressa
o scatto d’affetto o non lo sai definire o è solo colpa mia
e non m’importa, non lo meritavo.

Non scriverò mai più nulla per te, in tutta onestà
non ho voglia di solleticare ancora la tua vanità
sarebbe un dono troppo grande e non lo meriti.

Di te resterà una dedica su un libro, è molto più
di quanto molte possano vantarsi. Ti basti.
Io non scriverò mai più nulla per te, nemmeno un verso.

Dovessi anche castrarmi la mano se ho voglia.
Musa, sei morta. Qui lo dichiaro pubblicamente.
Restiamo comunque amici.

Parola

La perfezione dell’amore, c’insegnano i maestri
dura appena poche ore, il tempo
d’una parola suggerita unicamente dall’istinto
di un accoppiamento, fa tremare.

Anch’io febbricitante ho scritto parole perfette
giuramenti d’amante ferito
da lasciarti al mio posto al mattino
come baci d’addio sul cuscino
e ora ch’è tardi, sempre più tardi mi accorgo
di non averla mai attesa una tua risposta
pretenderla adesso sarebbe da sciocchi.

Ma tu tieniti stretta ogni parola, proteggila per me
perché domani certo non tornerà uguale
non con la stessa intensità, sarà vecchia
e densa e ponderata ogni sua sillaba
non avrà più poteri per spalancarci mondi
in cui noi saremmo stati eterni.

Io non l’ho mai conosciuta una parola così
l’ho appena sfiorata e ancora la sogno
nei pomeriggi al cinema, in tutti i lietofine.

Futon – Due quartine dal mattino

Bianco

Dal vortice della trapunta in una pozza
di luce mattutina le dita dei tuoi piedi di pietra levigata
si allungano a toccare l’orlo degli slip
smarriti sulla strada del futon. Fuori piove, ma promette estate.

Nero

Inutile acqua piovana acqua e ruggine
di rubinetto
inutile a spegnere la sete del risveglio
il ricordo del suo mignolo perfetto.

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